di SteveR
http://www.tropiland.it
Il fascino del mistero e dell'isolamento di questa lontana terra mi aveva
attratto sin da piccolo ma non avrei mai immaginato un giorno di calpestare
il suo suolo... ed invece... In effetti bisogna avere delle forti ragioni romatico-culturali
per arrivare in questa remota isola poichè è veramente lontana
da tutto ! E' raggiungibile solo da Tahiti e da Santiago del Cile tramite voli
due volte alla settimana della Lan Chile che hanno una durata di 5-6 ore. In
genere il soggiorno non supera i 3-4 giorni, più che sufficienti per
la visita completa dell'isola. Per "capire" meglio però lo
"spirito" del luogo e dei suoi abitanti (circa 2000) consiglio calorosamente
di "vivere" prima un pò l'altra Polinesia, quella canonica
del sole e delle spiagge bianche tropicali (cercando di essere meno turisti
e più viaggiatori) per permettere di acquisire ed assorbire un poco di
cultura Polinesiana. Andare infatti all'Isola di Pasqua semplicemente dopo aver
letto un libro o peggio dopo aver visto il famoso film "Rapa Nui"
equivarrebbe probabilmente a rimanere delusi. Per darvi l'idea di quanto sia
isolata questa grande "pietra" di 166 Kmq, spuntata a causa di fenomeni
vulcanici dal profondo dell'Oceano Pacifico, vi basti sapere che è distante
4.100 km da Tahiti e 3.700 km dalle coste del Cile e che la terra abitata più
vicina (1.900 km) è l'isola di Pitcairn, uno sperduto scoglio dove vivono
qualche decina di discendenti degli ammutinati del Bounty ...non per niente
l'Isola di Pasqua fu definita da uno scrittore << l'isola la cui terra
più vicina è la Luna!>>. Posta all'estremo vertice orientale
del "triangolo polinesiano" rappresenta il luogo dove approdarono
le ultime migrazioni provenienti dai mari del Sud. A seconda dei visitatori
l'isola ebbe molti nomi tra cui: Te Pito o te Henua (l'ombelico del mondo),
Rapa Nui (la grande isola/pietra), Isola di Pasqua (perchè vi sbarcò
l'olandese Jacob Roggeveen il giorno di Pasqua del 1722). In apparenza è
una terra molto vuota e desolata, con ampi spazi brulli completamente disabitati,
dove non c'è nulla e nessuno, dove spira sempre il vento e cade spesso
una triste e lenta pioggerellina, un posto che impressiona perchè dimenticato
da Dio e dagli uomini, dove i cavalli selvaggi corrono sulle colline, dove le
scogliere sono sempre torturate da un mare tempestoso, dove il cielo è
spesso plumbeo, dove tutto il paesaggio è nero per le roccia vulcanica
e dove le grandi statue degli antenati polinesiani, fiere, sfidano il tempo
e la solitudine. Questo è lo scenario giusto per afferrare la maledetta
storia di un antico popolo che è riuscito ecologicamente e politicamente
ad autodistruggersi. Vi racconto la storia dell'isola perchè ha molto
da insegnarci: Rapa Nui era un'isola verdissima dove crescevano una grande varietà
di piante (analisi dei pollini) tra cui moltissime palme ed alberi
(soprattutto Toromiri) che formavano delle lussureggianti foreste. Anche la
fauna avicola era ricchissima, infatti, essendo l'unica isola nel raggio di
moltissimi chilometri, si concentravano molte specie di uccelli sia marini che
terrestri come sule, gufi, aironi, rallidi e pappagalli. I primi Polinesiani
arrivarono intorno al 400 d.c., probabilmente erano poche decine di uomini provenienti
dall'attuale Polinesia Francese. Con loro portarono tutti i mezzi per la sussistenza
tra cui le galline, i topi commestibili, forse i maiali
(usati spesso come "rilevatori di terra" a causa del loro fine olfatto)
ed una serie di piante da coltivare come la patata dolce, il banano, la canna
da zucchero, il taro ed altre. Poichè il suolo era vulcanico e quindi
fertile, le piante importate si riprodussero con successo ed il momentaneo benessere
fece crescere di molto la popolazione che disboscò sempre più
le foreste dell'isola per avere a disposizione nuovi terreni da coltivazione.
Anche i topi fecero la loro parte mangiando i semi delle palme. Il crescente
bisogno di legna da ardere, per fare canoe o per trasportare i "Moai"
(le famose statue di pietra) unita al disboscamento agricolo fece inesorabilmente
scomparire ogni albero sull'isola nel giro di un millennio con conseguenze disastrose:
le piogge incominciarono ad erodere il suolo privo di protezione vegetale causando
l'impoverimento della terra e quindi diminuendo la resa agricola proprio quando
la popolazione era al suo culmine demografico (circa 9000 anime). L'erosione
portò anche la siccità e molti corsi d'acqua si prosciugarono.
La mancanza di alberi, poi, impedì la costruzione di nuove canoe "improgionando
per sempre " questa popolazione sull'isola ed impedendo gli abitanti di
andare a pesca per catturare pesci e delfini, una delle primarie fonti di cibo.
Così si incominciarono a mangiare (oltre al pollame domestico) tutti
gli uccelli autoctoni dell'isola, sterminandoli completamente. La fame spinse
la popolazione ad atti di cannibalismo e il malessere sociale portò nel
secolo 1600-1700 alle guerre tra clan e quindi alla diminuzione del numero degli
abitanti (circa 2000). Già quando nel 1722 sbarcò l'olandese Jacob
Roggeveen l'isola era una brulla e desolata isola abitata da pochi disgraziati
affamati ed in lotta tra loro e quando James Cook sbarcò nel 1774 trovò
molte statue Moai abbattute. Le guerriglie interne e l'abbattimento dei Moai
continuò sino a che gli abitanti non furono definitivamente sterminati
da altre due piaghe: lo schiavismo e le malattie portate dagli europei. Quando
Rapa Nui divenne parte del Cile nel 1888 rimanevano meno di cento indigeni quasi
tutti vecchi e malandati condannati all'estinzione genetica. Una decina di loro
cercò di incrociarsi con altre popolazioni per tramandare almeno parzialmente
la razza polinesiana. Quel poco che rimane della civiltà Rapa Nui quindi
deve rappresentare, secondo me, il monito per uomo "moderno": una
grande lezione da una piccola isola ! Il piccolo e fragile ecosistema dell'Isola
di Pasqua deve raffigurare simbolicamente la nostra "terra" . L'uomo,
abituato a manipolare pesantemente l'ambiente, cerca di sfruttarne da sempre
le risorse spesso senza pensare alle conseguenze, avvicinandosi pericolosamente
a quel "punto di non ritorno" che condannerebbe la civiltà
umana alla stessa fine subita dagli abitanti dell'Isola di Pasqua. Con questo
non voglio condannare il progresso.. .anzi... ma semplicemente spingere le persone
a pensare ad uno sviluppo più compatibile con l'ambiente.
Da: Steve® <steverm@libero.it> Oggetto: [RECE] Isola di Pasqua -parte
due-primo e secondo giorno Data: lunedì 25 settembre 2000 18.55
Il viaggio: Partimmo il 21 Agosto all' 1,15, in piena notte, dall'aeroporto
di Tahiti Faa (Polinesia Francese) con il volo Lan Chile LA 834 (5 ore e 20
minuti su un B 767-300). Scoprimmo subito gli svantaggi del monopolio aereo
della Lan Chile per quanto riguarda l'Isola di Pasqua... infatti il servizio
a bordo fu il più schifoso che abbia mai trovato in tutti i miei viaggi
della mia vita! La scortesia: poco prima del decollo, durante l'interminabile
attesa sulla pista per motivi tecnici, ho chiesto da bere e mi sono sentito
rispondere scocciatamente: <<più tardi... quando passeremo con
la cena!>>. La pulizia: l'areomobile, nonostante partisse da Tahiti (che
quindi non rappresentava uno scalo intermedio ) e nonostante fosse parcheggiato
da un pò sulla pista era sporchissimo: molte cartacce per terra, bicchieri
di plastica usati nella tasca frontale e persino un fazzoletto sporco sopra
le mie cuffie scartate! Il cibo: di merda... neanche un maiale affamato l'avrebbe
mangiato! La cena fu un panino tristissimo con dentro una una foglia d'insalata
appassita ed un quadretto minuscolo di arrosto insapore e grasso che non copriva
neanche un quarto della superfie interna disponibile. Un panetto squagliato
di burro completava la dotazione. Il servizio: scadente! Pensate che durante
il viaggio probabilmente il personale di bordo deve aver dormito, dal momento
che non si è fatto vivo. Pochi minuti prima dell'atterraggio ho visto
scattare le hostess di corsa verso la coda dell'aereo ( per un attimo ho avuto
paura... ho pensato ad un'emergenza) per prendere i vassoi della cena (che si
erano scordati di servire!) e poichè eravamo oramai alla fine del viaggio
non hanno avuto il tempo di riempire i bicchieri, in pratica una cena "a
secco"! Volo: agitato... a causa delle molte turbolenze! e se tanto mi
dà tanto, mi chiedo se i piloti abbiano avuto una parte di responsabilità!
Arrivammo la mattina alle 10,35 all'areoporto Mataveri dell'Isla de Pascua (-
8h rispetto l'Italia in questo periodo) e dopo aver sbrigato le formalità
doganali, un pulmino/taxi ci portò nella vicina Hanga Roa (unico villaggio
dell'isola e quindi capoluogo ) dove a pochi metri da una altissima scogliera
a picco sull'Oceano sorgeva in direzione del tramonto il nostro albergo: lo
Iorana Hotel. Lo Iorana è, insieme all'Hotel Hanga Roa, uno degli alberghi
migliori di Rapa Nui, il che (per fortuna) non vuol dire lusso, folla e vita
notturna, bensì una serie di stanzette molto piccole al piano terra,
molto modeste, arredate come le vecchie pensioncine di Parigi, tutte con entrata
indipendente (una specie di bungalows a schiera) con vista sulla scogliera nera
resa nebbiosa dal frangersi delle onde. Le camere erano quasi tutte vuote (in
albergo eravamo 3 coppie su circa un centinaio di stanze), ed un silenzio quasi
irreale faceva da padrone, interrotto solo dal fragore di un maroso o dall'abbaiare
in lontananza di un cane randagio. Una porta a vetri dava su una piccola veranda
da dove si poteva annusare la salsedine portata dall'incessante vento ed ammirare,
verso l'interno, la desolata prateria alternata alle brulle colline dalle quali
sorgeva spesso un arcobaleno (sono frequenti le brevi pioggerelline) dal forte
contrasto cromatico, unico tocco di colore in un mondo in "bianco e nero".
Una "magnifica desolazione" è l'espressione giusta (presa in
prestito dal primo uomo che sbarcò sulla Luna) per definire l'Isola di
Pasqua! Il pomeriggio iniziammo l'esplorazione a bordo di un vecchio pulmino
cigolante. Purtroppo la guida in lingua italiana era in ferie, quindi ci toccò
il primo giorno una escursione in lingua inglese, il secondo giorno in lingua
spagnola (la lingua ufficiale del Cile), poi il terzo ed il quarto giorno trovammo
una diversa agenzia turistica locale con un Rapanui (si chiamano così
gli abitanti ed il dialetto dell'Isola di Pasqua) che parlava italiano. Il primo
giorno fu dedicato all'estremo sud dell'isola. Le parti interessanti furono
il misteriosissimo muro (in località Ahu Vinapu) simile a quelli costruiti
dagli Incas in Perù ed il vulcano Orongo. Quest'ultimo è uno dei
due vulcani spenti (che fungono da bacini di raccolta delle acque piovane e
dove cresce la canna usata nell'artigianato locale... ricordate quei piccoli
surf del film?) perfettamente tondi con i coni ancora abbastanza intatti e ben
definiti. Questo vulcano, insieme all'altro (Rano Raraku) diede il primo nome
all'isola (non ricordo) che voleva dire "gli occhi che guardano il cielo".
Da questa parte dell'isola si può godere di un paesaggio mozzafiato dal
quale si possono ammirare i "motu" (piccoli scogli) di Kao-Kao, Iti
e Nui protagonisti delle gare che si facevano in occasione della festa dell'uomo-uccello
(Manutara). Queste sanguinose gare consistevano nello scendere dalla scogliera
verticalissima nei pressi del vulcano Orongo sino al mare, nuotare con il piccolo
surf di canne in un mare freddo, infestato dai squali e reso pericoloso dalle
correnti marine (bisognava nuotare con una traiettoria "coperta" dagli
scogli perchè una direzione diversa portava inesorabilmente a largo e
quindi alla morte), arrivare sino ai "motu", prelevare un uovo di
"sula" (un uccello marino oramai estinto sull'Isola di Pasqua per
mano umana e che fu riportato a Rapa Nui in occasione del film di Kevin Costner),
metterlo in una sorta di "marsupio" legato intorno alla testa, tornare
a nuoto sull'isola madre, scalare a mò di "free climber" di
nuovo la scogliera e portare l'uovo "intatto" per primo al cospetto
del re e dei sacerdoti. Il vincitore permetteva per un anno il governo del re
appartenente al proprio clan. Chiaramente queste gare venivano effettuate solo
dai clans dei "lunghi orecchi" (i nobili chiamati così per
gli ornamenti sulle orecchie) che dominavano sui plebei "corti orecchi",
costretti in schiavitù a costruire le grandi statue di pietra... sino
alla loro ribellione finale. Presso il tratto di costa dove avvenivano queste
cerimonie si possono ammirare antichi "petroglifici" (immagini scolpite
nella roccia). La sera cenammo in Hotel in un silenzioso salone vista-tramonto
dove servivano delle giovani ragazze vestite con i tipici abiti cerimoniali
polinesiani. Purtroppo la carta dei menù che ci avevano portato era quasi
tutta non disponibile e quindi ci accontetammo di quel poco che avevano (comunque
buono) a base di carne e "tuna" (tonno). Ci spiegarono che delle decine
di specie di pesci commestibili esistenti nelle acque profonde intorno l'isola
venivano oramai pescate solo due (una era il tonno ed l'altra era un pesce simile
allo sgombro, ma bisognava ordinarlo con qualche giorno di anticipo) ... in
più (sempre su ordinazione preventiva) venivano catturate (e vendute
a peso d'oro) le "angoste" (aragoste). Il giorno dopo di buon mattino
continuammo il giro dell'isola risalendo la costa in senso antiorario, verso
Est e poi Nord. Prima però feci una sosta in paese per fare un pò
di compere (statuette di pietra, orecchini in piuma di gallina, tavolette di
legno, magliette turistiche...) al mercatino "all'aperto" (solo una
tettoia per la pioggia) del villaggio dove i prezzi erano decisamente migliori
rispetto il "mercato coperto" ed ordinato sempre ad Hanga Roa. Lungo
la strada visitammo una serie di piattaforme cerimoniali (Ahu) e molti Moai
interi e distrutti, in piedi o caduti. I Moai sono le statue di pietra costruite
dai clans dei corti lobi su ordine dei clans dei lunghi lobi per ragioni onorifiche
sia verso personaggi importanti che verso gli dei o semplicemente per commemorare
un evento. Rappresentavano delle figure umane maschili (tranne in un caso) talvolta
con simbolismo fallico. Le loro dimensioni erano variabili in base all'epoca
e andavano da meno di un metro ai venti metri, tutti in posizione eretta (tranne
uno seduto presso Ranu Raraku) e tutti rivolti verso i villaggi a scopo di protezione
degli stessi (e quindi poichè la maggior parte dei villaggi era costruita
sulla costa tutti i moai tranne una sola serie volgevano le spalle al mare).
Dopo le ribellioni dei corti orecchi furono tutti fatti cadere a terra e solo
in pochi siti sono stati rimessi in piedi in epoca recente (nel 1956, 1960,
1968, 1980, 1992...) grazie a fondi esteri spesso legati a sponsorizzazioni
commerciali ( es.Toyota ). Talvolta i fondi non sono bastati a causa di episodi
di corruzione...eh ! eh! ... tutto il mondo è un paese! Tra i siti più
suggestivi della seconda escursione mi colpì Ahu Tongariki, formato da
una grande piattaforma con sopra 15 moai di basalto alcuni dei quali forniti
di "Pukao". I pukao sono gli apparenti "cappelli" rossi
dei moai. In realtà si tratta di "capelli" e non di "cappelli"
e sono rossi a causa della diversa pietra vulcanica usata e rappresentano le
acconciature degli uomini più illustri che per le cerimonie venivano
tinte tramite una polvere rossa. Oltre alle caverne naturali, prime abitazioni
dei polinesiani emigrato e alle case di pietra costruite a forma di imbarcazione
ed adibite al solo riposo notturno, fu interessante la scarpinata/scalata sul
vulcano Orongo. Qui si può vedere un'alta concentrazione di moai terminati
e non, in quanto ci troviamo nell'unica cava dell'isola dalla quale venivano
estratte le statue (non i capelli) e trasportate con una tecnica particolare
(forse in piedi... ma la leggenda parla di levitazione) in tutta l'isola. Nei
pressi della cava si possono ancora trovare in terra gli attrezzi usati per
scolpire i moai. Seguendo l'itinerario verso Nord arrivammo nella località
più magica dell'isola (Ahu Te Pito Kura) dove un muretto a secco circolare
con in mezzo una grande pietra tonda e liscia e quattro pietre a mò di
sedie rappresentavano il mitico "ombelico del mondo". Chiaramente
per "mondo" gli antichi abitanti si riferivano all'Isola di Pasqua
poichè erano convinti di essere rimasti gli "unici" esseri
viventi della Terra in quanto credevano che un enorme cataclisma (la stessa
convizione che li aveva spinti ad emigrare dai tropici a Rapa Nui) aveva spazzato
via il resto delle terre emerse. Questa misteriosa pietra (magnetica... le bussole
infatti tutt'ora impazziscono!) secondo gli attuali abitanti sprigionerebbe
energie positive (è meta infatti di alcune sette di "new age")
e quindi ci spinsero a sederci intorno ed a poggiare le fronti sulla sua superficie
per "sentire" le emanazioni energetiche. Alcune persone sentirono
delle vibrazioni lungo il corpo (secondo me suggestione) mentre io avvertii
un bel niente (vedi anche rece di Madaebe). La seconda giornata terminò
all'unica "vera" spiaggia di sabbia (Anakena) dove i più coraggiosi
tentarono un brevissimo e gelido bagno nell'Oceano mentre gli altri (io e mia
moglie) muniti dell'indispensabile K-Way approfittammo della sosta per fotografare
degli altri moai (... in piedi... uno dei quali fungeva da base di riposo per
un falco, una delle poche specie di uccelli numerose in quest'isola) ed il palmizio
da cocco (una rarità... piantato trent'anni fa per ricostruire la spiaggia
così come doveva essere prima della definitiva distruzione degli alberi).
All'imbrunire ci riaccompagnarono in hotel percorrendo a ritroso e non senza
difficoltà le strade sconnesse che ci avevano portato sino ad Anakena.
Volevo ricordare che attualmente le uniche strade "lastricate" sono
quelle principali della capitale. Il resto delle vie sono bianche, deserte,
piene di buche e sassi, e spesso pericolosamente fangose o franate. Gli unici
mezzi di trasporto che possono attraversare l'isola sono infatti le jeep, i
pulmini (a stento), le moto da cross ed i cavalli. Quest'anno (2000) inizierà
un progetto per asfaltare le strade costiere anche se gli abitanti sono poco
contenti in quanto ritengono che i fondi Cileni sarebbero stati più utili
per finanziare opere e strutture più urgenti.
Da: Steve® <steverm@libero.it> Oggetto: [RECE] Isola di Pasqua -parte
tre-terzo giorno Data: martedì 26 settembre 2000 13.03
Terzo giorno: partimmo la mattina presto verso l'interno dell'isola. Ci fermammo
come al solito presso varie località ma vi citerò solo quelle
secondo me più significative: Puna Pau, la cava di roccia rossa (e friabile)
dalla quale venivano estratti i "pukao" (i capelli dei moai), le varie
grotte buie (portarsi una torcia elettrica ) spesso profonde, dove si possono
trovare a terra ancora crani ed ossa umane. Alcuni di questi anfratti posseggono
degli angusti cunicoli che sfociano all'improvviso in una grande apertura sulla
costa a decine di metri di altezza a picco sul mare ( significato non ancora
chiarito, forse vie di fuga). Nei pressi dei siti archeologici vidi anche molti
antichi forni privati dove venivano cremate le persone più autorevoli
e forni "comuni" per i meno abbienti. A terra era comune trovare pezzi
di ossidiana (una pietra nera e tagliente composta da lava vulcanica raffreddata
violentemente, per esempio dall'acqua, e simile al vetro) molto usata dagli
antichi abitanti per lavori manuali "di rifinitura" o taglio. Ma il
sito più interessante della giornata fu Ahu Akivi dove sette moai (messi
in piedi nel 1960) guardavano il mare in direzione dell'attuali isole Marchesi
(Polinesia Francese). A causa di questa caratteristica unica ( come avevo detto
prima gli altri moai guardavano tutti l'interno dell'isola per rivolgere il
loro sguardo protettivo verso i villaggi) per molto tempo si è pensato
fossero i mitici navigatori di Hotu Matua (alias Ariki Mau). Ariki Mau era un
re polinesiano, probabilmente delle isole Marchesi, che ebbe una serie di sogni
premonitori. Sognò un grande cataclisma che doveva distruggere tutto
il mondo ed un isola che doveva rappresentare la loro salvezza. Così
partì insieme a 7 suoi guerrieri (ed altri suoi fedeli) in cerca dell'isola
della salvezza. Una volta sbarcati sull'Isola di Pasqua
(dove il re assunse il nome di Hotu Matua) i sette polinesiani morirono prima
di tornare indietro a riprendere le proprie famiglie e così si narra
che per onorarli vennero costruiti i sette moai rivolti verso il mare, verso
la loro terra di provenienza. In realtà si è scoperto da poco
che anche questi moai puntavano in direzione di un villaggio Rapanui posto molto
più all'interno rispetto agli altri e quindi la direzione dello sguardo
dei moai fu dettata solo da motivi tecnici e non "romantici"... perciò
i sette moai non rappresentano i sette navigatori di Hotu Matua. Quello che
è quasi certamente vero di questa leggenda è il fatto che l'isola
di Pasqua fu colonizzata da popolazioni polinesiane. Infatti prima del 1994
si ipotizzava che in realtà i Rapanui potessero derivare dalle popolazioni
sudamericane forse pre-incaiche
(visto la datazione del misterioso muro di Ahu Vinapu) e questo nonostante il
loro antico linguaggio (il Rapanui... ancora parlato da molti e da poco insegnato
anche nelle scuole come il nostro latino) fosse quasi identico all'attuale Tahitiano.
Sembrava quasi impossibile che si potesse navigare per 4000 km dalla Polinesia
con semplici canoe a bilanciere spesso con venti e correnti marine poco favorevoli
e trovare un "puntino" nell'Oceano. Pareva quindi più probabile
una civilizzazione proveniente dal Sud America (più vicino e con correnti
marine più favorevoli). A questo proposito un grande studioso della civiltà
Rapanui, il norvegese Thor Heyerdahl, tra le tante sue imprese e studi, decise
di costruire nel 1947 una zattera con sette tronchi di balsa ed in 101 giorni
dimostrò la fattibiltà di un viaggio con mezzi ancestrali dal
Sud America sino alla Polinesia tropicale ( arrivò sano e salvo sino
all'atollo di Raroia nelle Tuamotu - Polinesia Francese). Questa teoria fu poi
smentita nel 1994 studiando il Dna di alcune antiche mummie che tolse ogni dubbio
sull'origine polinesiana e non sud-americana degli antichi abitanti dell'Isola
di Pasqua. Attualmente è rimasto ben poco di quel Dna nel sangue degli
abitanti poichè il basso numero di superstiti di razza Rapanui "pura"
dopo la fine della schiavitù impose il mischiarsi con altre popolazione.
Tutt'ora per evitare problemi genetici (ricordo che gli abitanti sono solo 2000)
vengono favoriti e visti di buon occhio i matrimoni con gli stranieri : non
per niente una delle più carine, sensuali e dolci ragazze biondissime
dell'isola, nonchè prima ballerina del gruppo Kari Kari (un famoso gruppo
di ballo polinesiano) è un ricordo (nipote) del famoso studioso norvegese.
Lungi comunque da essere risolto completamente il mistero della civiltà
Rapanui...teorie e piccoli elementi discordanti insieme ad una scarsissima documentazione
alimentano molteplici riflessioni. Per esempio rimane un mistero la conoscenza
della patata dolce (di origine sud-americana), il famoso muro pre-incaico, le
tavolette di Rongo Rongo (quasi tutte distrutte dai missionari perchè
contenevano i miti della loro tradizione e religione) i cui geroglifici sono
identici a quelli ritrovati in India e in Pakistan, il culto dell'uomo uccello
(l'avvoltoio) e le relative cerimonie funebri (come quella della scarnificazione)
comuni a molte altre civiltà come quella Egizia, Celtica, Araba e Mediorientale,
la cultura megalitica (ed il calendario solare trovato nell'isola) comune a
moltissimi antichi popoli sparsi nel mondo, il colorito della pelle degli antichi
abitanti troppo bianco, i tratti somatici dei moai simili a quelli indo-europei
(è presente la barba che in genere i polinesiani non avevano), un'antica
profezia Tibetana (che narra di un grande sconvolgimento terrestre dal quale
si salverà solo un'isola chiamata "l'ombelico del mondo"...
in seguito, dopo moltissimo tempo, anche quest'isola affonderà nell'Oceano
e sarà la fine del mondo...) e tante altri piccoli o grandi particolari.
Tutto questo miscuglio di misteri ha ovviamente generato anche teorie sull'origine
di Rapa Nui più fantasiose ed ardite (appoggiate soprattutto dai vari
movimenti "alternativi" ... spesso sette e guardate con diffidenza
dalla scienza ufficiale "esatta") come l'immancabile perduta Atlantide,
oppure altre civiltà evolute scomparse 10.000 anni fa di cui si è
persa la memoria storica e tecnologica, oppure i continenti scomparsi di Mu
e Lemuria, addirittura c'è chi pensa che i moai siano costruiti a scopo
di controbilanciare magneticamente una eventuale disatrosa inversione dei poli
terrestri o che l'Isola di Pasqua sia in comunicazione tramite canali giganteschi
sotterranei alla valle dell'Indo...poi c'è la teoria degli extraterrestri...
non si finisce più .... penso che i misteri e le storie costruite intorno
a questo piccolo lembo di terra non siano seconde neanche alla Sfinge ed alla
Piramide di Cheope messe insieme. Ma torniamo con i piedi per terra: le ragazze!
La sera per una cifra per niente economica comprammo un biglietto (e prenotammo
la cena) per partecipare allo show di danze tipiche polinesiane presso l'albergo
Hanga Roa. Due dollari Usa di taxi e dieci minuti separavano il mio albergo
da quello delle danze. Volevo aprire una breve parentesi pratica: in tutta l'isola
il dollaro americano circola come moneta corrente insieme al pesos cileno. Non
è quindi necessario recarsi in banca a cambiare il denaro se si posseggono
i dollari Usa. Sono talmente usati che anche i resti avvengono in dollari (o
cent); persino all'ufficio postale, quando si comprano i francobolli, vengono
richiesti dollari Usa (l'unica cosa che nessuno ha capito è perchè
a parità di francobolli a seconda di chi capita vengono richiesti importi
diversi e addirittura anche lo stesso francobollo per cartolina non sempre ha
lo stesso importo stampato in pesos...). Lungo la strada notai una discoteca
con un bizzarro parcheggio...praticamente era diviso in tre zone: una per le
jeep, una per le "mature" moto da cross (ricordate i vecchi caballero?)
ed una terza per i ... cavalli, mezzo di locomozione ancora molto usato. Dopo
cena ci recammo nel salone delle danze. Beh! posso affermare (oramai dopo 3
anni mi sento un pò esperto) che le più belle, le più tipiche,
le più emozionanti danze polinesiane sono proprio quelle dell'Isola di
Pasqua, sono superiori persino come coreografia a quelle Tahitiane... e poi
le ragazze: molto più belle, più sensuali, più disinvolte
.... con tutti quei cocchi sui seni...un meraviglioso incrocio...anzi connubio...
ma che dico? ... sinergia tra il dolce ed erotico di una polinesiana, il viso
grazioso di un europea ed il corpo di una sud-americana...wow! ... ehm scusate...
mi sono fatto prendere un po' la mano! Anche gli uomini tatuatissimi indossavano
dei vestiti molto caratteristici ed i tamburi suonavano un ritmo molto "vero".
In effetti ci tennero a specificare (forse esagerando un po' ... con la loro
tipica presunzione) di essere gli unici ed ultimi depositari della autentica
musica polinesiana (e più in genere della cultura) derivata soprattutto
dall'arcipelago delle Tuamotu, aggiungendo che oggi l'intera Polinesia tropicale
attinge (con scarsi risulatati) spunto musicale dagli abitanti dell'Isola di
Pasqua... in pratica anche è come se i Tahitiani o i Samoani o altri
"copiassero" la musica di Rapa Nui per poter ritrovare le proprie
origini... sinceramente mi sembra un tantino esagerato!!! Lo show durò
circa un ora e si divise in tre parti tematiche : l'Hoko, il ballo dalle radici
antichissime, molto dolce e lento, il Sau Sau di origine Samoana con movimenti
molto vari e il Tahitiano molto più veloce e ritmato. Io feci parte dello
show (mio malgrado). Infatti fui invitato a ballare ( cosa che odio..ma in Polinesia...
non si può non accettare!) da una polinesiana la prima volta e dal momento
che la maggior parte degli spettatori si erano rifiutati fui chiamato una seconda.
Quest'ultima fu la più rovinosa... infatti non sapevo che l'ultimo che
ballava era anche quello che rimaneva per quasi mezz'ora da solo al centro della
pista, circondato se non altro dalle bellissime vahinè, a dare spettacolo...
La gente ( locale e non ) nel vedere l'unico coraggioso tentare goffamente di
imitare le movenze tribali polinesiane per tutto quel tempo si sbellicò
da ridere fino a sentirsi male...mia moglie tentò di fotografarmi ma
al primo scatto finì il rullino (e non sapeva ricaricare la macchinetta),
quindi non ho un buon servizio fotografico! La sera stanchi andammo a nanna...
mia moglie rideva ancora! Il giorno seguente ad ogni passo che feci nelle strade
del paese incontrai gente che, additandomi, mi chiedeva (per scherzare) l'autografo!
Da: Steve® <steverm@libero.it> Oggetto: [RECE] Isola di Pasqua -parte
quarta ed ultima -quarto giorno Data: martedì 26 settembre 2000 17.18
Quarto ed ultimo giorno ed... ultima escursione ... questa volta più
breve e quindi senza il consueto "pranzo al sacco" consumato nella
campagna, circondato da grosse scrofe, gatti e cani randagi che pretendevano
il loro tributo in cibo. L'itinerario iniziò dal minuscolo museo antropologico
appena fuori la capitale Hanga Roa. Sinceramente non fu un gran che perchè
era veramente piccolo! In pratica era formato da due stanze, la prima era una
rivendita di souvenirs specializzati come videocassette e cd, la seconda conteneva
pochi reperti: quasi tutte copie di pezzi originali tra cui le tavolette di
Rongo Rongo, l'unico Moai donna, i frammenti di corallo dell'unico "occhio"
di moai ritrovato (pare che un tempo tutti i moai possedessero degli occhi di
corallo bianco), qualche attrezzo e molti cartelli descrittivi quasi tutti in
spagnolo. In lontananza si scorgeva il piccolo porto dell'isola (con moai annesso),
talmente piccolo ed all'interno di una stretta insenatura scogliosa da non consentire
l'attracco delle navi : infatti ogni rara volta che qualche cargo si avventurava
sino in queste acque per trasportare qualche genere di merce era obbligato a
fermarsi a largo dove veniva raggiunto da una grossa chiatta che faceva la spola
dall'imbarcazione al porticciolo. Dal museo ci spostammo nella vicina costa
ovest dove potemmo vedere una serie di siti interessanti primo fra tutti l'inquietante
moai "con gli occhi " (in realtà gli occhi non sono originali
ma solo ricostruiti fedelmente). Nelle vicinanze altre serie di moai restaurati,
antiche abitazioni e persino un porto in pietra con lo scivolo per le canoe.
Approfittai della guida in lingua italiana e del molti tempi "morti"
a per poter capire qualcosa di più della personalità di un "vero
Rapanui". La guida mi disse di essere stato uno degli assistenti alla produzione
del film "Rapa Nui", un film che lo aveva deluso perchè tagliato
nelle sue parti più interessanti, al quale aveva partecipato quasi tutta
la popolazione soprattutto come comparsa per un compenso giornaliero irrisorio
appena incrementato dall'accettare a farsi filmare (per le donne) in topless.
Impressionante però fu sviscerare tutta la loro mentalità di Rapanui,
mentalità che avevo già parzialmente afferrato da discorsi ed
atteggiamenti di altre guide: I Rapanui si sentono polinesiani al 100 % (più
polinesiani addirittura del resto della Polinesia! oramai per loro imbastardita
dagli Europei) pur sapendo di provenire da incroci e diluizioni quasi "omeopatiche"
(infinitesimali). Sono convinti che quei pochi geni rimasti facciano la differenza
con il resto del mondo ! Loro sono più intelligenti di tutti gli altri
popoli (ed ebbero il coraggio di dirmelo in faccia! ... quindi io sarei stato
uno stupido al loro confronto!), loro sono più intuitivi, loro sono più
abili in qualsiasi cosa materiale e non. Sostengono che studi genetici, non
meglio precisati, asseriscono la loro superiorità mentale e fisica (
una specie di razza ariana ) e nessuno può contraddirli perchè
tra i geni dell'intelligenza portano con sè anche i geni dell'ira...
si considerano infatti buoni d'animo ma violenti di carattere... ovviamente
dovetti assecondarlo per "il quieto buon vivere"! Secondo me questo
presunto separatismo intellettivo e culturale dal resto del mondo, questo sentirsi
unici polinesiani a tutti i costi, unito alla minaccia della loro indole irosa,
nasconde sotto un "movimento" che vuole politicamente essere indipendente
dal Cile. Sfortunatamente per loro, poichè il turismo è ancora
poco ( ma sono ottimisti e nel futuro vorrebbero "diluire" le escursioni
in 10-15 giorni... secondo me un furto!!!) non sono autonomi e devono accettare,
loro malgrado, il governo centrale cileno che li "foraggia" con contributi
economici e facilitazioni: come non pagare le tasse od essere ammessi all'Università
del Cile (tramite un pre-esame) con un punteggio molto più basso che
il resto dei Cileni; chiaramente il punteggio basso di molti studenti Rapanui
fu giustificato immediatamente dalla guida con il fatto che poichè erano
troppo intelligenti per il programma scolastico spesso si distraevano e si annoiavano
"sembrando" solo in apparenza poco preparati... Un'altra particolarità
degli abitanti dell'Isola di Pasqua è la loro paura per la morte e la
malattia unita ad un forte dose di superstizione. Sono molto rispettosi nei
confronti dei moai e cercano di non oltraggiarli mai perchè anche se
non fanno più parte della loro religione e credenze...non si sa mai !
Cercano di evitare una casa dove è morto qualcuno da poco e se vedono
una persona malata o ferita in difficoltà, anzichè dare una prima
assistenza, preferiscono allontanarsi e chiamare un medico occidentale senza
toccare nulla. La loro paura per la malattie è talmente grande che i
Rapanui che si recano in continente per gli studi universitari si iscrivono
a tutte le facoltà eccetto quella di medicina ! Non per niente le molte
ossa umane visibili in alcune piattaforme sotto i moai stanno lì da centinaia
di anni senza che nessuno le tocchi ! Prima di ritornare in albergo andammo
a fare un giro nel mercato "coperto" di Hanga Roa, una struttura ben
organizzata e pulita, dove le ordinatissime bancarelle vendevano ogni sorta
di souvenirs. Sconsiglio di fare compere in questo luogo perchè i prezzi
sono sensibilmente più alti: giustificati dalle maggiori spese di gestione
dell'attività (meglio il mercato scoperto e più pittoresco dove
vendono anche la frutta e la verdura). La sera ci recammo all'areoporto (dove
ci regalarono per ricordo le classiche collanine di conchiglie polinesiane)
per il nostro volo (LA833 delle 21,15) che in poco più di sei ore ci
riportò a Tahiti. Da lì proseguimmo per Los Angeles - Francoforte
- Fiumicino, un viaggio di due giorni che purtroppo ci riportò alla dura
realtà !
FINE, steve