Letto volte
Primo diario di viaggio scritto in differita, a casa, e terminato ben 7 mesi dopo il ritorno
Chi volesse leggerselo off-line, lo può scaricare qui. |
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Egitto_2003.doc" |
22 Settembre
La nostra avventura nella terra dei Faraoni inizia alle 12,30, quando ci imbarchiamo
sull’Airbus A320 della Lotus Air, aereoplanino senza tante pretese e con il
solito minuscolo spazio per le mie povere gambe (la Lufthansa mi ha abituato
male).
Il volo passa comunque tranquillo, e dall’alto ci cominciamo a rendere conto
della conformazione del territorio dell’Egitto: deserto, ovunque, tranne la
sottile striscia verde che evidenzia la presenza del Nilo.
Al ritiro bagagli dobbiamo subito far aspettare l’immenso gruppo di gente: una
valigia è rimasta mutilata, e dobbiamo fare la denuncia, che terrà
impegnato il babbo per una mezz’ora.
Una volta a bordo del pullman la realtà del viaggio organizzato, il mio
primo viaggio organizzato, si presenta in tutta la sua maestosità: “visto
che i tempi sono molto stretti, prima di imbarcarsi visiteremo il meraviglioso
tempio di Luxor, quello dove girano la celebre pubblicità <<come
vorrei essere in Egitto>>”. Per dovere di cronaca, sono già le
18.30 abbondanti, e alle 20 c’è la cena.
Il pullman passa, alla solita velocità che contraddistingue il modo di
guidare di questi Paesi, tra le strade di Luxor, dove le prime scene egiziane
scorrono nei finestrini sigillati come in Tv: uomini con la caratteristica tunica,
pastori sul loro carretto trainato dai ciuchi, case di mattoni crudi… e già
penso che vorrei essere là fuori e mescolarmi con loro.
Invece il pullman ci scarica davanti all’ingresso del tempio, ormai illuminato
solo dalla luce artificiale, e all’interno una spaventosa massa di comitive
riempie come un liquido ogni anfratto delle rovine.
Il tempio è imponente e suggestivo (lo potrebbe essere di più,
ma lasciamo da parte i soliti discorsi sulla folla), e la nostra guida, Ali,
ci racconta la sua storia con vigore e orgoglio, il che riesce a farmi apprezzare
per un po’ questo modo di “viaggiare”. Ma dura poco, quando, alle 20,00, Ali
ci lascia liberi, dicendo “ci vediamo davanti all’obelisco… tra 10 minuti”.
Eravamo nel tempio da un quarto d’ora…
Dopo cena , la riunione “organizzativa” rivela tutta l’ipocrisia di questi viaggi:
parliamo di escursioni facoltative. In pratica, o ti prendi le escursioni facoltative
alla modica cifra-pacchetto-superofferta-non rimborsabile di 75 €, oppure passerai
pomeriggi e sere nell’ozio, perché al Cairo l’hotel è lontano
dal centro, perché è difficoltoso raggiungere tale posto da soli
(e soprattutto, in tempo per l’appuntamento successivo) e così via. Insomma,
tutto preparato a puntino per farti spendere altri soldi.
Ok, meglio andare a letto, domattina sveglia alle 4.45 (eh?)
23 Settembre
Sveglia che ancora il sole deve ricordarsi di puntare la sveglia per sorgere,
per la visita al tempio di Karnak, Valle dei Re, delle Regine e tempio di Heutchepsut
(o come diamine si scrive).
Il circuito turistico dell’Egitto mi appare già come un’immensa Disneyland
(o Faraonyland), dove tutto è appositamente studiato per il visitatore
frettoloso, da percorrere al passo di una maratona. Ad ogni “attrazione” dedichiamo
da “appena il tempo di una foto, poi si riparte!” ad un massimo di una ventina
di minuti. Tempo in cui condividere lo spazio con la più imponente massa
di turisti che abbia mai visto.
Il tempio di Karnak alle 6,30 ospita già una folla oceanica modello piazza
San Pietro in attesa del Papa, e le guide si affannano a trovare un pertugio
dove infilare tutto il gruppo per spiegare qualcosa. Se non altro Ali è
veramente preparato e ci spiega le meraviglie dei sui antenati con un orgoglio
e con un entusiasmo tutto suo, riuscendo a coinvolgere anche mia sorella, apatica
e disinteressata per natura. La velocità con cui usciamo non mi permette
però di immagazzinare molte immagini, e questo mi dispiace, pur non essendo
un fanatico dell’archeologia. Una immagine però mi è rimasta:
un gregge di gente che gira per 7 volte intorno allo scarabeo, perché
dice porti fortuna…
La tappa successiva è la valle dei Re, ma “prima ci fermiamo a fare una
fotografia ai colossi di Memnom”… Due minuti di numero e ripartiamo.
Il tragitto che conduce alla valle dei Re è ricco di fascino, visto che
lasciandoci alle spalle le rive del Nilo il territorio comincia a farsi desertico
e aspro. Passiamo vicino ad un paesino, 30 case arse dal sole che sembrano uscire
dal terreno di un pianeta simile a Marte. La strada si addentra tra i monti
spogli e assolati, finché non arriviamo ad un parcheggio dove ci attendono
dei trenini su ruote (“nella valle dei Re si entra solo così”). Scendiamo,
e ci affanniamo per stare dietro alla guida, che sembra avere la fretta di chi
ha la pasta in tavola (ma la mangiano la pasta in Egitto?). Riusciamo a placcarlo
per fare una sosta ai bagni, dove il mio intestino decide subito di arrendersi
ai nuovi batteri.
A questo punto non abbiamo più scuse per sottrarci alla mitica “Valley
of the King Marathon”, 3 tombe in mezz’ora, spiegazioni, tragitti a piedi e
visita compresi. I geroglifici che affrescano (ma sono affreschi? Boh?) le pareti
delle tombe sono molto belli, ancora accesi dei colori originali. Ho paura però
che il continuo respirare di un miliardo di turisti al minuto non concederà
ancora a molte generazioni la vista di queste bellezze. Ma tant’è… si
deve pur sopravvivere nel presente, no?
Di nuovo sul pullman, direzione Valle delle Regine, dove ci aspetta la spettacolare
Tomba di Nefertari… eh…amici, purtroppo no (avete presente “Servi della gleba”?),
la tomba è chiusa per restauri….Ok, ci accontenteremo di altre due tombe,
anche perché, che rimanga tra noi…vista una…Si, lo so, è come
dare caramelle ad un ciuco, che ci devo fa’…
Tappa seguente, il tempio di Hatchepsut (o qualcosa del genere), teatro alcuni
anni fa del massacro di 59 turisti, grazie al quale adesso l’Egitto è
costellato di metal detector, polizia armata fino ai denti e quant’altro.
Qui abbiamo il nostro primo contatto con i “venditori” egiziani, che si rivelano
subito piuttosto insistenti, ma come dargli torto.
La visita lampo del tempio ci regala un panorama suggestivo: prima il giallo
del deserto, poi il verde delle rive del Nilo, infine l’azzurro intenso delle
sue acque. Da annotare una scenetta comica: il tempio si sviluppa su due piani,
ma dopo aver visitato il primo piano, la guida si incammina per tornare al pullman.
Antonio, sordomuto ma con spiccate capacità vocali e di cabarettista,
si lancia in un inseguimento “urlando” il nome della guida e indicando il piano
superiore… ma la guida ci dice che su non c’è niente di interessante
e che quindi possiamo andare.
Le visite per oggi sono concluse, ci attende la nave per il pranzo e per cominciare
la navigazione.
In effetti, come ci era stato detto, la navigazione è una parte molto
suggestiva del viaggio, il Nilo offre veramente un bello spettacolo, e si riesce
così anche a dare una furtiva occhiata a quello che succede sulle sue
rive: paesetti di case non finite, bambini che fanno il bagno lanciandosi dalla
riva e si divertono a salutare festosamente tutte le navi in transito (e sono
veramente tante), pescatori al lavoro sulla loro piccola barchetta di legno,
mucche che pascolano anche sulle isolette in mezzo al fiume (come ce le avranno
portate… mah!?). Il caldo del primo pomeriggio però fa si che dopo un
po’ siamo costretti a rientrare in cabina, dove ne approfittiamo per una bella
pennichella (la sveglia è stata molto presto). Arriviamo piuttosto presto
alla chiusa di Edfu, e ci “parcheggiamo” vicino alle altre 3000 navi in attesa
di superare la chiusa. Come ci fermiamo, una miriade di barchette di legno circondano
la nostra nave (così come tutte le altre), in una sorta di mercato sull’acqua.
I “venditori-barcaioli” mostrano la merce, e su richiesta (ma anche senza richiesta),
la infilano in un sacchetto di plastica e la lanciano sul ponte. Se la cosa
ti piace, contratti quella mezz’ora e rilanci il sacchetto con la somma pattuita.
Un diversivo simpatico nell’attesa di passare quell’affollatissima chiusa… visto
anche che siamo prigionieri sulla nave, perché non ci sono attracchi
per tutti, e siamo quindi legati con una cima ad un paletto sulla spiaggia.
Non vedremo il passaggio nella chiusa, che avverrà durante la notte.
24 Settembre
Sveglia ad un’ora più accettabile (vediamo comunque sorgere il sole sulle
acque del Nilo), e visita al tempio Horus ad Edfu. Il tempio non si trova immediatamente
sulla riva, ma questa volta invece del pullman il tragitto verrà effettuato
su delle simpatiche carrozzelle. Attraversiamo così la placida (probabilmente
per l’ora) cittadina di Edfu…ad un certo punto, non avendo voglia di farmi trascinare
nella solita visita guidata del tempio, mi lancio di sotto alla carrozzella
atterrando con due capriole degne del migliore stuntman di Hollywood, e mi infilo
per le stradine del paese facendo perdere le mie tracce. Mi godrò così
una splendida passeggiata in tranquillità in mezzo agli egiziani.
“Siamo arrivati, scendete e state in gruppo”…vabbè, vorrà dire
che mi farò la visita guidata.
Il tempio di Horus è imponente e ottimamente conservato, e la visita
si rivela questa volta anche abbastanza lunga, grazie soprattutto ad una soap
opera messa in piedi in quattro e qauttr’otto da Ali, per spiegarci meglio la
creazione secondo gli antichi egizi: una storia di amori, invidie e vendette
che le soap moderne si sognano.
Al termine della puntata, ehm, visita, torniamo alla nave, dove veniamo accolti
dal fotografo ufficiale dell’escursione, che ci ha sapientemente immortalati
mentre ci accomodavamo sulle carrozzelle, e che ora vuole rivendere a tutti
costi.
Salpiamo di nuovo alla volta di Kom Ombo, dove arriveremo nel pomeriggio, dove
ci attende un tempio e una giratina al mercatino sottostate, giratina prevista
anche dalla guida in quanto dopo cena si terrà il celebre Galabeya Party,
e tutti dovremo essere vestiti nel più tipico abbigliamento turistic-egiziano.
Attracchiamo a Kom Ombo verso le 16,30, dopo il consueto tè sul ponte,
e con il sole che ormai comincia ad abbassarsi ci avviamo verso il tempio di
pincopallino, dove ci sciroppiamo una ventina di minuti di coda per entrare.
Durante la visita si cominciano a registrare i “morti”: una ragazzo ha un mezzo
malore con simil-svenimento (proprio mentre Ali ci spiegava come gli egizi fossero
all’avanguardia nella medicina), un altro accusa febbre e dolori addominali,
mia sorella scappa alla ricerca di un bagno.
La visita si conclude comunque senza che nessuno venga lasciato sul campo, così
ci dirigiamo tutti verso il sottostante mercatino, dove la vaga impressione
che nel circuito turistico egiziano il turista sia più potente dei faraoni
si tramuta in una certezza: la scena è tipo giardino zoologico, con i
venditori a fare la parte dei leoni, chiusi dentro una gabbia rappresentata
da una linea bianca tracciata davanti ai “negozi”, linea che non possono superare,
pena essere immediatamente redarguiti dalla onnipresente polizia turistica.
Facciamo comunque qualche acquisto, due galabeya, per la serata, ma soprattutto
per il deserto, un paio di sciarpe colorate da regalare… Ci rimane anche il
tempo di farci la prima fumatina di shisha (narghilè) al tipico bar accanto
al mercatino. Fumatina che ci trattiene un po’ troppo (quei cinque minuti in
più), tanto da costringere il direttore della nave a venire a riscontrarci.
La tabella di marcia è la tabella di marcia.
A cena scopriamo che il nosocomio della nave è piuttosto affollato, con
un bel po’ di gente in preda a febbri varie, dolori addominali e diarree. Partiamo
così per Aswan.
Nella notte viene diramato un ulteriore bollettino medico per segnalare un attacco
di vomito di mia sorella, che si giocherà l’escursione di domattina.
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