Egitto 2003
Diario di Viaggio
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25 Settembre
Giornata nettamente positiva, soprattutto perché il direttore del carcere ci ha finalmente concesso l’ora d’aria dopo quattro giorni di cella di rigore. Partiamo dall’inizio.
Anche stamani sveglia piuttosto presto (eufemismo, ancora non era l’alba), mia sorella non se la sente, e rimane in camera con mia madre.
Noi invece ci dirigiamo al tempio di Philae, situato su un’isola del lago creato dal vecchio sbarramento del Nilo. Il paesaggio è suggestivo, le acque blu intenso del Nilo lasciano affiorare isolette rocciose dipinte qua e là dal verde delle piante. Una barchetta ci porta sull’isola del tempio, e, sorpresa…siamo i primi! Entriamo così, delizia delle delizie, in un tempio ancora deserto! E che differenza, nonostante il tempio sia per costruzione molto simile agli altri.
Al termine della visita, facciamo un salto di 30 secondi all’imponente diga, responsabile della formazione del Lago Nasser (dal nome del presidente che ha voluto lo sbarramento), un bacino artificiale immenso, che si estende fino dentro al Sudan. Il tempo per le foto, e via verso l’obelisco incompiuto, sosta che, a mio parere, è programmata solo a causa della sua vicinanza alla fabbrica dei profumi, dove chiaramente dobbiamo andare per contratto, e dove come per magia il cronometro di precisione di Ali si ferma, e nessuno ha più fretta. Passiamo così la successive DUE ORE a ubriacarci di essenze, guidati da uno dei sapienti nasi (parlanti un ottimo italiano) della fabbrica. Un po’ tutti ci facciamo abbindolare dai profumi, e la maggior parte di noi se ne esce con una boccetta di olio profumato (vuoi non portarlo, il profumino, alla ragazza rimasta a casa?).
Il rovescio positivo della medaglia è che torniamo alla nave quando è ancora presto per il pranzo, e siccome il caso ha voluto che l’ormeggio questa volta fosse accanto ad un viale vicino al centro, io e mio padre riusciamo così per la prima volta a scappare da quella gabbia dorata della nave, e camminare un po’ da soli per Assuan. FI-NAL-MEN-TE!
Ragazzi, veramente una boccata d’aria, un sorso di libertà dopo una sorta di claustrofobia opprimente. Finalmente possiamo passeggiare tra la gente, diventare un po’ più “anonimi” dell’orda infernale guidata da un Caronte con un libriccino in mano tenuto alto sulla testa per farsi riconoscere, mescolarsi un po’ con loro, senza essere per forza guardati da tutti come il turista a cui vendere qualcosa... anche il fermarsi ad una cabina telefonica senza dover chiedere il permesso è una sorta di conquista. Ora mi sento più nei miei panni, mi riconosco per un momento nel mio modo di viaggiare…
Ci infiliamo nel mercato, questa volta un mercato locale, per i locali, dove non tutti parlano italiano (anzi, solo qualcuno), non ci sono righe bianche in terra a limitare la libertà dei venditori, e non tutti ti ostruiscono la strada per farti comprare qualcosa. Per la prima volta in da quando siamo in Egitto, riusciamo ad avere il tempo e il modo di infilare in un negozio di “elettronica” (qualcosa tipo i piccoli elettricisti dei nostri paesi, eh!) e comprare quelle cuffie per lo walkman che erano rimaste nel cassetto del comodino di mia sorella, per la prima volta il venditore non ci si rivolge in italiano, bensì in uno stentato inglese, per la prima volta mi sento in “viaggio”, e non a Gardaland.
Il tempo a nostra disposizione è poco, ed è già ora di tornare per il pranzo, ma dopo pranzo avremo un paio d’ore libere prima dell’escursione in feluca.
Questa volta ripartiamo tutti e quattro, più una coppia di Brozzi (il solito piccolo Mondo), anche “lei” ansiosa di uscire un po’ dal seminato. Stavolta prendiamo un taxi per evitare a mia sorella, ancora malconcia, il tragitto fino al mercato sotto il sole cocente del tropico del Cancro. Il mercatoCi perdiamo così di nuovo per le viuzze piene di gente, dove non avremo nessun problema, a dispetto del terrorismo psicologico delle guide. Solo un paio di offerte di qualche cammello (una volta di plastica, quelli dei souvenir) da parte di qualche sedicente egiziano per portarsi via mia sorella, ma niente di seccante, solo qualche risata in più. Quello che colpisce di più un po’ tutti (a parte me, reduce dal Ghana) è la vista delle macellerie locali, per il loro livello di igiene non proprio da sala operatoria, e i tranci di carne appesi fuori, al sole, protetti solo da un foglio di carta.
La temperatura non è proprio fresca (ci dicono essere sulla quarantina) e, anche se non troppo fastidiosa per gente senza acciacchetti, mia sorella ne risente quel tanto che basta per costringerci a tornare verso la nave con un quarto d’ora di anticipo sulla tabella di marcia. Si è mai visto un carcerato rientrare in cella buttando quindici minuti dell'ora d'aria? I secondini ci accolgono a braccia aperte, dicendoci di sbrigarsi e prepararsi per l'escursione in feluca. Ok, vabbene, via, riattaccatemi anche la palla al piede...(che dite, esagero?).
In men che non si dica, tutto il gruppo 41 (nome di battesimo del gruppo guidato da Ali) è sulla feluca ormeggiata accanto alla nave, pronta a solcare le acqua azzurre del Nilo. Prima destinazione: l’isola botanica. Durante il breve tragitto, due o tre gusci di noce pieni di bambini si aggrappano alla nostra feluca, e accendono un juke-box umano con le più varie canzoni, in tutte le lingue, sapientemente imparate a memoria dai ragazzini. Ok, qualche spicciolo per la simpatia e l’ingegno ve lo meritate sicuramente!
La sosta all’isola botanica si rivela piuttosto interessante, piena di alberi e piante di ogni tipo, e anche di qualche strano uccello tipo l’upupa (che non avevo mai visto)… ma la mia attenzione è catturata dalle maestose dune di sabbia giallo ocra che fanno da argine al Nilo, e che riflettono la luce accecante del sole anche in mezzo al verde dell’isola. La prossima sosta sarà la “mia”…
Ripartiamo dall’isola con una barchetta a motore, dirigendoci verso il villaggio nubiano, ultima tappa della serata, ma prima di arrivare la sosta è ad un piccola spiaggetta lungo le rive, dove chi vuole può fare il bagno (Alì assicura che il punto è salubre perché l’acqua scorre sempre…), oppure arrampicarsi su per la duna sovrastante la spiaggia. Senza farmelo ripetere due volte, parto come un treno su per duna di sabbia fine come borotalco, affondando ad ogni passo fino quasi al polpaccio. La cima del mio Everest sembra a portata di mano, ma salire sulla sabbia Il paesaggio dietro la dunacon una pendenza che non ha nulla da invidiare al Cerro Torre non è semplice, e sono costretto a fermarmi più volte, mentre la cima rimane alla stessa distanza….ma ti avrò, non temere! In capo ad una decina di minuti, cambiando varie bombole di ossigeno, riesco a raggiungere la meta, e il mio sguardo può finalmente spaziare oltre quel muro di sabbia… …senza parole…il deserto…la mia prima volta…una distesa infinita di sabbia gialla…squarci di pietre nere…fantastico… Solo una fila di tralicci della corrente che si perde nel niente guasta un po’ l’immagine.
Ma il tempo è tiranno, è già qualcuno chiama da giù… Felice come un bambino comincio la discesa a scavezzacollo…solo la presenza della mia fida macchina fotografica mi impedisce di lanciarmi giù rotolando! Purtroppo nessuno dei miei ha avuto la voglia e la forza di imitarmi…si sono persi un bello spettacolo, anche se quello non è ancora così deserto come il deserto che voglio assolutamente vedere, prima o poi.
Anche i bagnanti hanno finito, possiamo ripartire. L’ultima tappa di oggi: il villaggio nubiano.
L’impatto purtroppo è di nuovo tipo Disneyworld, pieno di figuranti e visitatori. Veniamo fatti accomodare in una stanza di una casa, dove la padrona ci serve un delizioso tè alla menta, mentre Alì ci porta a far vedere un cucciolo di alligatore. Segue una lunga serie di spiegazioni a proposito del popolo nubiano, la loro cultura e le loro tradizioni, spiegazioni che si protraggono anche durante la visita di alcune case “aperte al pubblico”, anche se abitate. La scena è di nuovo da zoo: una ragazza si sta truccando davanti allo specchio, quando la folla le piomba nella stanza, armata di macchina fotografiche e telecamere, e lei che si affanna pregando di non fotografarla. “Certo che queste cose snaturano completamente un villaggio del genere” è la ovvia riflessione che mio padre pone ad Alì, che però ribatte con l’altrettanto ovvia “Ma ora riescono a mangiare ed a avere un tenore di vita decente”…si riapre la vecchia diatriba sull’influenza positiva o meno del turismo. In medio stat virtus, credo: molti pro che cozzano con molti contro…
Ci rimangono, come al solito, le immagini dei bambini piccoli che ti corrono intorno…
Torniamo alla nave, ceniamo e andiamo a letto con le galline…la mente insana che regola i ritmi di questi tour ha partorito la sua più folle creatura: sveglia alle 2.30 (si, avete capito bene!), direzione Abu Simbel!

26 Settmbre : Il giorno che nacque due volte
Il telefono squilla impietoso davvero alle 2.30 (del…mattino? della notte? uhm…), una voce ci ricorda i nostri doveri, ripetuti due volte poche ore prima: bagagli fuori alle zero-due-quattro-cinque, colazione alle zero-tre-zero-zero, pronti sul pullaman alle zero-tre-tre-zero. Formazione della carovana scortata dalla polizia entro le zero-quattro-zero-zero, partenza alle zero-quattro-due-zero…aaaattenti! Riposo signori, mettetevi pure comodi, non arriveremo sul bersaglio prima delle zero-sette-zero-zero. Nel frattempo potete sonnecchiare.
Oppure optare, come me, per qualche piccola dormita, godendovi così però lo spettacolo del deserto che circonda la strada in qualsiasi direzioni si guardi. Per chi dice che non merita andare ad Abu Simbel in pullman…
All’arrivo ripassiamo i successivi punti: visita razzo di Abu Simbel (“prima che il caldi vi soffochi”, è stata la “scusa” ufficiale), rientro in pullman e trasferimento all’aeroporto, da dove prenderemo il volo per il Cairo delle ore zero-otto-tre-zero.
…voi siete matti! Fatti i conti, il tempo che ci rimane per Abu Simbel si riduce ad una scarsa mezz’ora! E dire che il sito merita veramente, anche per lo spettacolo del lago Nasser, che più che un lago sembra un oceano. E, vi dirò, anche perché la mia mente sempre intenta a rappresentarmi come un puntino su un atlante, questa volta mi colloca niente meno che a due passi dal Sudan.
Ma ormai il tempo è scaduto, e l’aeroporto ci attende. Ci aspetta sulla pista un glorioso Tupolev russo (con ancora diverse scritte in cirillico) della Memphi’s Air…speriamo bene.
Il volo ci vede tutti ciondolanti e con delle occhiaie da guinness, ma tra un po’ atterriamo al Cairo, e ci potremo riposare…”Allora, visto che abbiamo tempo, prima di andare in albergo, il programma prevede la visita della Moschea Mohammed Ali”…oddio…
Il Cairo ci accoglie nel suo traffico caotico e disordinato, mentre ci dirigiamo verso la moschea. Mi tornano in mente le immagini di Istanbul, la moschea Mohammed Alì assomiglia molto alla Moschea Blu di Costantinopoli… ci togliamo le scarpe, le donne si coprono le spalle, ed entriamo nella maestosa costruzione. Ne segue una breve spiegazione sull’Islam, che sarà più dettagliata, ci dice Ali, nel corso dell’escursione facoltativa “Il Cairo Islamico”…l’ufficio marketing del Turchese procede nell’abile operazione di far sentire da meno chi non ha acquistato il pacchetto SiMeLeFaccioTutteLeEscursioniQuantoCostanoCostano, mirando a “acchiappare” quanta più gente possibile.
La visita si risolve in breve tempo, pausa pranzo in un ristoLa moschea Mohammed Alìrantone dove sembrano convergere tutti i pullman turistici del Cairo, e arriviamo finalmente alla nostra reggia. Si, perché di questo si tratta, di una lussuosa residenza da re, un pugno nello stomaco alla miseria che solo un paio di km indietro caratterizza la periferia della capitale egiziana, con misere case e canali di scolo con animali in putrefazione che cercano disperatamente una degna “sepoltura” nelle acque limacciose e stagnanti. Il Moevenpich ci attende, in tutta la sua maestosità: marmi bianchi, lampadari di cristallo, un numero sconsiderato di piscine, una marea di camere, disseminate a mo’ di residence, nell’immenso parco dell’hotel. Le camere sono fantastiche, il bagno sembra una piazza d’armi, i letti…potrebbero essere anche di cemento, ci risucchiano immediatamente in un sonno di pietra.
Purtroppo il 29 Ottobre è ancora lì ad attenderci al risveglio, per continuare nel nostro tour de force. Il programma prevede la cena (ottima e abbondante come ci si può aspettare da un hotel del genere), e poi via di nuovo sul pullman, ci aspetta la “Cairo by Night!”
Ci rituffiamo nel traffico, che non è affatto diminuito nonostante l’ora, attraversando una città che ci appare disordinata e caotica, al punto che alla fine del giro non riuscirò ad avere la benché minima idea della sua conformazione.
Attraversiamo un quartiere pieno di negozi aperti e illuminati, gremiti (loro e le strade) di gente intenta ad acquistare ogni sorta di merce. Ali ci spiega che è la zona in cui i giovani, per la maggior parte, vanno ad acquistare quello che occorre per mettere su casa…sembra un gigantesco grande magazzino, tanta è la folla e tanti sono i prodotti esposti un po’ ovunque, anche sui marciapiedi, dove si possono visionare televisori, frigoriferi, cucine, mobili, e chi più ne ha più ne metta. Mi pregusto già la passeggiata in questo quartiere che mi sa tanto di vita reale, ma come al solito il tempo è poco, e così ci passiamo soltanto in mezzo, aprendo la marea di gente come la prua di un motoscafo.
Ci fermiamo poco dopo tempo, e questa volta le porte di quel grosso scatolone sigillato si aprono, permettendo alla carovana di snodarsi lungo le stradine che portano al Bazar Kan El-Khalili, con a capo un sempre più attrezzato Ali, questa sera addirittura dotato di una luce stroboscopica, per non perdere nessuna delle sue pecorelle.
Non riesco a rendermi bene conto di che parte del Cairo sia (lo si può chiamare centro?), ma l’escursione Cairo by Night si rivela piacevole, vuoi soprattutto per la possibilità di vivere un po’ la città (anche se l’espressione può essere esagerata, dato che siamo pur sempre una mandria di turisti in un classico percorso turistico), invece di vederla e basta. Siamo pur sempre fuggevoli spettatori, ma passare vicino ad un funerale (che viene celebrato sotto grandi tende) mi dà almeno l’illusione di aver assaporato un po’ la vita egiziana.
La camminata si conclude in una grande piazza, che segna la fine del bazar Kan El-Khalili, caratterizzata da una moderna moschea, che si fa notare per due grandi ombrelloni metallici posti a poca distanza dagli ingressi. “Serve per riparare dal sole i fedeli che non riescono ad entrare nella moschea. Quando la temperatura comincia a farsi terribile, si aprono automaticamente.”
Ali ci fa accomodare tutti in uno dei numerosi bar della piazza, i cui tavolini all’aperto sono disposti in un’unica fila che si diparte dall’ingresso del locale. Noi, da buon tour organizzato, monopolizziamo una intera fila, che comunque non basta, costringendo il cameriere ad aggiungere altri tavolini, finché non diamo diverse lunghezze a quelle degli altri locali. Le ordinazioni più gettonate sono il tè alla menta, accompagnato da qualche narghilè, da dividersi amorevolmente. Per gli schizzinosi, la casa fornisce un bocchino di plastica, sigillato, da staccare e riattaccare quando la mano ripassa a te. Non sono molti che danno più di due o tre boccate (complice uno strano pensiero comune che identifica la “waterpipe” come un diabolico oggetto di perdizione, riempito chissà con quali droghe), mentre scopro mia madre e mia sorella molto restie a passare questo calumet della pace dopo qualche tiro! E dire che nessuna di loro fuma… Quanto a me, forse ero quello che lo monopolizzava per più tempo… drogato!
Quando vediamo spuntare all’altro lato della piazza il nostro pullman capiamo che ora di ripartire, questa volta destinazione “Città dei Morti”. La storia di questo immenso quartiere cairota è suggestiva, ma allo stesso drammatica. La zona nasce come cimitero, dove insieme alle tombe più ricche venivano costruite anche delle stanze, utilizzate dalla famiglia del defunto in occasione delle visite, che si svolgevano il fine settimana . Queste “piccole case” rimanevano quindi inutilizzate per la maggior parte del tempo, cosicché si cominciò ad affidarle a dei guardiani. Il massiccio esodo degli scorsi decenni, che ha reso Il Cairo una megalopoli da 20 milioni di abitanti, ha portato una massa di persone senza speranza a bussare alle porte delle tombe. I guardiani hanno così prima sistemato la propria famiglia, poi i parenti più lontani…fino ad arrivare ad un quartiere dove la popolazione di una città come Firenze vive praticamente in un cimitero. Le autorità cittadine, che all’inizio cercarono di fermare il formarsi di questa comunità, si sono alla fine dovute arrendere alla mancanza di case, ed hanno quindi deciso di rendere il cimitero almeno vivibile, dotandolo di acqua, luce e gas. Adesso ci sono anche uffici postali e commissariati di polizia.
Le immagini che corrono nel finestrino sono forti, e nel pullman cala un silenzio ancora mai sentito in una comitiva di turisti. Solo la voce di Ali che ci spiega la storia di questa “City of Dead” risuona nell’abitacolo del veicolo, un veicolo che sta transitando in strade in cui probabilmente il prezzo di tutte le misere case della via non arriverebbero neanche a pagarne l’acquisto, un veicolo pieno di ricchi italiani che hanno speso chissà quanto per venire a sentirsi fortunati in un cimitero in cui i morti sono disturbati dai vivi dove, loro malgrado, sono costretti a vivere… La frase probabilmente più ipocrita della serata è “non scendiamo per rispetto di questa gente, che si sentirebbe offesa”…già, invece vedendo passare 500 milioni su ruote…al ritorno il Moevenpick ci appare stavolta veramente vergognoso…

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