Lisbona - Maggio 2003Diario di Viaggio |
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7/5 - Mercoledì
Oggi giornata pesa…sarà per il continuo vento a 42000 nodi, il
sole, la camminata, il sonno arretrato portato dietro anche dall’Italia,
ma sono cotto!
Stamattina partenza in direzione Bairro Alto, dove arriviamo dopo aver chiesto
qualche indicazione in perfetto italo-portoghese, e sbagliando puntualmente
la pronuncia della parola Bairro.
In Bairro Alto non c’è niente di particolare da segnalare, è
un quartiere famoso per la vita notturna (ah, già, è mattina…),
carino per le sue viuzze e i suoi scorci, riempiti da gente che lavora, passeggia,
chiacchiera. Insomma niente monumenti spettacolari e palazzi da capogiro come
può essere una Tour Eiffel, solo il cuore reale della città. Sarà,
ma a me rimane più impressa nella memoria una passeggiata come questa,
che non il museo taldeitali o il palazzo del pinco pallino, dove scendi davanti
con la metro, te lo guardi, e riparti. Come disse qualcuno (che ora non mi ricordo)
per apprezzare una città la devi girare a piedi, per perderti nei suoi
meandri.
Così
da qui verso il Chado e via giù nel Rossio, di nuovo, che sorpassiamo
per andare a pranzo in Alfama nella Cais de Alfama, che ieri ci aveva attirato
per l’odorino.
Qui ci abbiamo schiacciato le 13,40, complice anche un signore sulla sessantina,
un cameriere, che si è messo a parlare con noi in italo-portoghese. Quando
gli abbiamo detto di essere di Firenze, al grido di “la culla del rinascimento,
Leonardo, Donatello, Raffaello” (si, e Sprinter?) ci ha spiegato che dipinge,
ed è andato a prenderci qualche sua opera, molto carina, a dire il vero.
Questo diversivo ci ha obbligati ad un precipitoso ritorno verso casa, dove
alle 14,30 avevamo appuntamento con un cicerone d’eccezione, lo zio della
Francy.
Ci ha scarrozzato un po’ a giro per la città, portandoci al Cristo
Rei (bella veduta di Lisbona dal terrazzo), passando per il ponte 25 Aprile,
giorno della liberazione (come in Italia), liberazione incruenta in cui è
morta una sola persona (che peraltro manco c’entrava! Non si è
fermata ad un posto di blocco perché doveva portare le medicine alla
moglie…).
Dopodiché siamo tornati di qua dal Rio Tejo, per dirigerci verso Belem.
Abbiamo parcheggiato sotto il bel Monastero di Jeronimo (chiuso, è tardi),
per poi visitare il monumento agli scopritori (tradotto liberamente dal portoghese),
la cui piazza, interamente a mosaico, rappresenta una carta geografica, e la
torre di Belem. Ma direi che la cosa più significativa di Belem è
la sua pasticceria, Pastais de Belem, la più antica di Lisbona, dove
fanno i deliziosi “pasticcini” di Belem, un conchino di sfoglia
piena di creme leite (tipo latte alla portoghese, che in Portogallo non esiste!),
appena sfornati. Io l’ho preso solo per cortesia (non mi piacciono granché
i dolci), e invece me ne sono innamorato!
Meta successiva il Parco delle Nazioni, ex Expo, un avveniristico quartiere
nato appositamente per l’esposizione marina del ’98. Tutto incentrato
sul tema acqua, il parco merita una visita; ospita l’oceanario, un centro
commerciale, alcuni edifici futuristici (uno ha una pinna sul tetto), e un monte
di Lisboesi che fanno Jogging, passeggiano, prendono il sole etc…
Oltre ai Lisboesi, insieme a 4 italiani, vagava un mezzo fantasma, silenzioso
e raffreddato, nonché cotto come un culo…ossia io, che il sonno,
il raffreddore allergico e il vento avevano trasformato in un semi-zombie semovente.
Nonostante questo sono riuscito a ritrascinarmi di nuovo verso la macchina,
dove mi sono posizionato nel sedile posteriore per schiacciarmi un pisolino
mentre Marcello (da pronunciare rigorosamente in portoghese, ossia Marselo)
puntava verso la sua nuova Campi Bisenzio, come l’ha chiamata lui, ossia
Odivelas, una cittadina ad una ventina di minuti fuori Lisbona, dove avremmo
cenato tutti insieme. La serata è stata piacevole, passata tra un’infinita
serie di battute per gli equivoci che l’italiano e il portoghese tirano
fuori dai loro “falsi amici”: vedi ragno, che in portoghese è
il moccolo, o il burro, che è l’asino, o il verbo ficare, che in
portoghese ricorre spessissimo, dato che significa stare, con lo zio della Francy
(Marcello) che a fine serata era in come da traduzione simultanea…
Oh, finalmente si va a letto e mi faccio una bella dormita…eh, dice di
si, in quel francobollo di letto…
8/5 - Giovedì
Stamattina la destinazione è l’Oceanario del Parque
de Naçoes, quello visitato ieri. Solita colazione alle 9 dopo la sveglia,
che avviene a ore differenziate. Si parte dalle 8 per la Federica, che appena
esce dal bagno chiama la Sara, che è seguita dalla Francy verso le 8,30,
che viene a svegliarmi verso 10 minuti prima delle 9. Questa è l’ora
in cui, dopo il consueto “Bom Dia!” alla Maria, che risponde compiaciuta
con un “Oh, portughese!”, ci sediamo per spazzolare come dei facoceri
turcomanni tutte le paste che ci compra ogni mattina. Dopodiché io mi
risbacchio sul letto ad aspettare che le gentil donzelle abbiamo finito le proprie
opere di restauro, che terminano con uno squillo di trombe e una ola verso un
quarto alle dieci con una ola.
Okay, tutto ciò per avere uno spaccato delle nostre mattinate lisboesi.
Arriviamo all’oceanario dopo diversi cambi di metro, ed entriamo dopo
un salasso di 11 euro. Ci aspetta la mostra fotografica di un fotografo subacqueo
di National Geographic (foto molto suggestive), e poi l’oceanario vero
e proprio.
Devo dire che vale veramente i 9 euro che costa (2 erano per le foto). E’
suddiviso in 4 parti, una per ogni oceano: indiano, artico, pacifico, atlantico.
In ogni parte è ricostruito il clima specifico, e sono ospitati anche
degli animali (per lo più uccelli). Al centro un enorme vasca circolare
(alta una quindicina di metri) propone “il mare aperto”, dove si
possono guardare da vicino, separati solo da uno spesso vetro, una miriade di
pesci: squali, mante, razze, tonni, pesci luna e chi più ne ha più
ne metta. Veramente bello!
All’uscita decidiamo di pranzare comprando qualcosa al centro commerciale
del parco delle nazioni, così da risparmiare un po’.
Decidiamo così di dirigerci verso casa, dove visiteremo le estufas (che
non sono stufe, bensì serre) nel Parco Edoardo VII, così da essere
vicini anche alla stazione degli autobus per informarci sugli orari per Porto.
Le estufas sono due serre (una fria, fredda, e una quente, calda), che ospitano
piante da tutto il mondo. E’ soprattutto piacevole passeggiare per i loro
sentierini, perché ti ritrovi un po’ nella natura e nella tranquillità,
dopo aver passato una giornata per le caotiche strade di Lisbona. Purtroppo
la nostra visita ha vita breve, perché il guardiano viene a buttarci
fuori quando siamo allo svacco su una panchina, dato che l’ora di chiusura
è vicina. Ok, andiamo a vedere questi benedetti orari del bus, sperando
che siano un po’ meglio di quelli del treno. E invece no, purtroppo! Per
andare a Porto ci toccherebbe a partire alle 7, questo significa, con i nostri
ritmi mattutini, svegliarsi alle 5,30, e così decidiamo di lasciar perdere.
Prendiamo allora qualche altro orario, per Coimbra e Sintra, e decidiamo di
avventurarci in una conversazione con Maria per avere un consiglio, una volta
arrivati a casa. Scopriamo così che a lei non piace Porto, perché
è grigio e triste, mentre Sinora è carina, ma sicuramente lei
consiglia Coimbra, che è “muito linda”. Okay, vada per Coimbra.
Per cena decidiamo di andare in una casa del Fado in Alfama, al Clube do Fado.
Ci soffermiamo a dare un’occhiata ai prezzi del menu esposto fuori…”uhm,
ecco, forse forse stasera non mi va di sentire il fado!” “ Si, effettivamente
fa un po’ fatica anche a me, eh?” Bene, lasciamo fare, non ci va
di spendere 20 euro per un piatto di qualsiasi cosa.
Capitiamo così per caso in un ristorantino, dove la Francy dice di essere
stata con suo zio 4 anni fa, e dice di aver mangiato bene. I prezzi sono ragionevoli…si
entra. Il ristorantino in questione è una stanza non più grande
del salotto di casa mia, con 6 tavoli e un bancone, dietro al quale c’è
una signora che ci fa accomodare. Non si scorgono porte nel locale, da qui il
dubbio: ma dove diavolo cucinano? Arriva il marito a prendere le ordinazioni,
e ci chiede per prima cosa se volgiamo il pane. Certo che lo volgiamo, che non
ci mangiamo gli antipastini? “Uhm, ok, guardo se ve lo procuro, perché
è finito”, e esce di corsa dal ristorante. Dopo un po’ la
signora, ridendo e scherzano, viene da noi dicendosi qualcosa in quella difficile
lingua che è il portoghese. Fortuna che accanto a noi dei portoghesi
ci traducono in italiano: se volete metto sulla brace un po’ pane di ieri.
Come no! Claro! Come la signora appoggia il vassoio con il pane abbrustolito,
rientra il marito tutto trafelato, che guarda la tavola, la moglie, e scuote
la testa rattristato della sua inutile scorribanda per mezza Lisbona per trovarci
un po’ di pane. Tutto ciò in realtà condito da grasse risate
di tutti gli astanti presenti, moglie compresa.
A questo punto possiamo ordinare: bacalhau na braza (baccalà alla brace),
omeleta, salada de atum (tonno) e espadarte (pesce spada). La signora si avvia
dietro il bancone, e comincia bellamente a sbattere le uova, mettere i pesci
sulla brace che ha nascosta chissà dove, e a lavare l’insalata.
Pare di essere a cena dalla nonna! A cottura ultimata, non è che ci porta
i piatti, bensì viene al tavolo, e con un (liberamente tradotto) “su,
meninho, passami il piatto”, torna indietro, lo riempie e ce lo riporta,
con un bel “buon appetito”.
Perla finale, dopo aver chiesto una fetta di torta, ripassando accanto al nostro
tavolo col vassoio ormai quasi vuoto, ci guarda, e ci lascia tutto il vassoio!
L’atmosfera della serata è stata fantastica! Perché andare
in un ristorante col cameriere che ti versa l’acqua e spendere un miliardo,
quando puoi mangiare bene lo stesso, con poca spesa, e divertendoti molto di
più! Ah, per la cronaca, il ristorante è la Lanterna Verde, in
Alfama, poco dopo il Clube do Fado.
Un taxi ci riporta a casa, dove crolliamo a letto cotti come sempre. Domattina
dobbiamo anche alzarci prima…
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